La percezione di esistere: un processo incarnato

La percezione di esistere: un processo incarnato

Da molti anni mi occupo di questo aspetto dell'esperienza umana: la relazione è ciò che ci permette di esistere. Ma cosa vuol dire questo?

La percezione di esistere nella relazione può essere compresa come un'esperienza: ⁠incarnata, perché radicata nella regolazione psicofisiologica; relazionale, perché dipendente dalla qualità del contatto; dinamica, perché continuamente co-costruita.

La percezione di esistere è un processo dinamico che si costruisce nel tempo, attraverso il corpo e nella relazione con l'altro. L'idea di un Sé isolato, autosufficiente e puramente mentale è progressivamente superata da prospettive che concepiscono l'identità come emergente da processi neurobiologici, affettivi e intersoggettivi intrecciati.

In dialogo con le neuroscienze di Antonio Damasio, la psicologia dello sviluppo di Daniel N. Stern, la psicoanalisi relazionale di Donald W. Winnicott e Heinz Kohut, gli sviluppi contemporanei di Allan N. Schore e del suo collaboratore e allievo Daniel Hill, la prospettiva ecologica di Thomas Fuchs, e quella psicofisiologica bio-esistenziale di Vezio Ruggieri fino alla Psicoterapia Relazione Integrativa di Richard G. Erskine, emerge una visione convergente: l'esperienza di esistere è incarnata, regolata affettivamente e co-costruita nella relazione.

Esistenza somatica primaria: il corpo come fondamento dell'essere

Le prospettive contemporanee in ambito neuroscientifico, psicodinamico relazionale e fenomenologico convergono nell'affermare che il senso di esistenza emerge come processo incarnato, radicato nel corpo e strutturato all'interno della relazione.

Nelle fasi iniziali dello sviluppo, la percezione di esistere coincide con la regolazione omeostatica del corpo. Secondo Damasio, il proto-sé rappresenta una mappatura continua degli stati corporei, da cui emerge il sentimento elementare di essere vivi.

Clinicamente, fallimenti in questa fase si manifestano come disregolazione neurovegetativa, angosce somatiche e stati dissociativi precoci.

Damasio (1999, 2010) descrive il proto-sé come mappa dinamica degli stati corporei da cui emerge il sentimento primario di essere vivi. In parallelo, Ruggieri (2004, 2018) sottolinea come l'identità sia un'organizzazione psicocorporea che si struttura nella relazione.

Il corpo, dunque, non precede la relazione in modo isolato, ma è plasmato fin dall'inizio da processi di regolazione interpersonale.

Con il termine narcisismo Ruggieri (2001, 2021), intende descrivere il percorso maturativo di strutturazione dell'Io e del Sé, in termini di esperienza del piacere. Se Freud aveva ipotizzato un investimento libidico del sé, per Ruggieri il processo maturativo-narcisistico è sempre un processo di natura psico-fisica; è centrato sul piacere che deriva dall'esperienza corporea, ed è presente come meccanismo attivo, per tutta la vita dell'individuo e non solo nelle precoci fasi di sviluppo. Il narcisismo costituisce un meccanismo psico-corporeo fondamentale legato all'integrità della persona.

Il punto centrale è che l'esperienza narcisistica è legata ad una particolare forma di piacere, non assimilabile a quello sessuale, ma legato essenzialmente al piacere d'integrazione corporea; un piacere che deriva dal processo di sintesi che integra tutte le informazioni corporee in un'unità esperienziale.

Il concetto di piacere narcisistico in Vezio Ruggieri (2001, 2021), si colloca all'interno della sua prospettiva psicofisiologica della personalità e della relazione. Si tratta di un piacere che deriva dalla "coesione" delle parti e funzioni che si oppone a tutti i motivi di sofferenza e di disgregazione, un vissuto particolare di piacere di "esserci".

Questo piacere è il risultato dell'integrazione dell'informazione corporea. È il collante che unifica l'esperienza sensoriale. Il narcisismo per Ruggieri è il piacere legato all'esperienza di unità.

Il piacere narcisistico affonda le radici nelle prime relazioni (madre–bambino). Il bambino si nutre dello sguardo, del tono, della presenza dell'altro per costruire il proprio senso di esistenza.

In sintesi, il piacere narcisistico è quindi il processo attraverso cui l'individuo mantiene coeso il proprio Sé nutrendosi della presenza, dello sguardo e della risposta dell'altro. È un fenomeno strutturale della relazione umana che può essere sano oppure disorganizzarsi dando avvio a processi relazionali disfunzionali e di disorganizzazione del sé.

Esistenza regolata dall'altro: il corpo nella coregolazione

Eric Berne (1966) descrive la prima competenza di sopravvivenza del bambino nella fase di allattamento. "Il neonato impara a controllare il proprio corpo in modo che sia accettabile a chi gli sta intorno". Tale modulazione è co-creata tra la madre e il bambino. Da qui nasce l'intersoggettività.

L'esistenza non è autosufficiente: il corpo necessita dell'altro per stabilizzarsi. Winnicott introduce il concetto di holding, mentre Stern e Schore descrivono la regolazione diadica come processo corporeo-affettivo preverbale.

In questa fase, la persona "esiste" nella misura in cui riceve l'esperienza di co-regolazione reciproca con il proprio genitore.

Nel contesto clinico, questa dimensione riemerge quando il paziente sperimenta un senso di esistenza dipendente dalla presenza concreta del terapeuta.

La relazione modula tensioni muscolari, postura, respirazione, stato tonico-emotivo ed è proprio nella relazione che si sviluppa la prima competenza di sopravvivenza.

Stern (1985, 2004) e Schore (2012) mostrano come la regolazione affettiva sia un processo corporeo non verbale mediato dal cervello destro. Winnicott (1965) introduce il concetto di holding come contenimento corporeo-emotivo che consente la continuità dell'essere.

La percezione di esistere emerge quando il corpo è sufficientemente regolato dall'altro da poter essere sentito come abitabile.

Il mirroring empatico descritto da Kohut (1977) e l'affect attunement di Stern rappresentano passaggi cruciali nella trasformazione dell'esperienza corporea in identità soggettiva. Ruggieri evidenzia come il riconoscimento non sia mai puramente verbale, ma inscritto nella postura, nel tono e nel ritmo relazionale.

Fuchs (2018) propone il concetto di inter-corporeità per descrivere la natura incarnata dell'incontro umano.

Erskine (2015) sottolinea come la disposizione incarnata alla presenza disponibile al contatto consenta alla persona di sperimentare di esistere nella relazione senza perdere i confini del Sé, facilitando l'esperienza di continuità, prevedibilità, coesione e unità del Sé.

Presenza terapeutica come esperienza trasformativa

La nozione di presenza terapeutica costituisce il focus trasformativo centrale della Psicoterapia Relazionale Integrativa. Erskine la definisce come disponibilità autentica, coinvolgimento affettivo e responsabilità relazionale consapevole (2015). La presenza non si esaurisce nell'empatia cognitiva, ma implica una sintonizzazione somato-affettiva e una regolazione reciproca.

Il processo trasformativo si articola in micro-eventi relazionali che ristrutturano le aspettative implicite del paziente. In termini sterniani, tali eventi possono essere intesi come "momenti presenti" ad alta intensità affettiva (Stern, 2004). Dal punto di vista neurobiologico, essi favoriscono l'integrazione tra sistemi limbici e corteccia prefrontale, promuovendo una maggiore coerenza interocettiva (Schore, 2012).

La trasformazione terapeutica non coincide dunque con l'acquisizione di insight, bensì con la riattivazione della continuità fenomenologica dell'essere attraverso esperienze relazionali ripetute e regolanti.

Implicazioni teoriche

La Psicoterapia Relazionale Integrativa può essere interpretata come applicazione clinica di un paradigma incarnato e relazionale del Sé. In tale paradigma:

  • Il Sé è processo dinamico e non entità sostanziale.
  • Il corpo costituisce il fondamento pre-riflessivo dell'identità.
  • La regolazione affettiva è co-costruita intersoggettivamente.
  • Il trauma relazionale compromette la continuità della percezione di esistere.
  • Il cambiamento terapeutico avviene attraverso esperienze intercorporee regolanti.

La percezione di esistere, in questa prospettiva, è un fenomeno emergente dall'integrazione tra organizzazione corporea e presenza disposta al contatto.

Il terapeuta utilizza se stesso come strumento relazionale. La co-regolazione diventa il contesto in cui il paziente può esperire nuovi modi di essere.

Qui la percezione di esistere si riorganizza attraverso tre movimenti:

Essere sentito – il terapeuta coglie e restituisce l'esperienza implicita attraverso il coinvolgimento.

Essere compreso nel proprio significato soggettivo – l'esperienza viene validata senza interpretazioni.

Essere influente – il paziente percepisce che il proprio stato ha un impatto reale sull'altro. Il momento terapeutico trasformativo è quindi un evento intercorporeo.

Quando un cliente afferma: "Mi sento come se non contassi nulla", "È come se non fossi davvero qui". Il terapeuta relazionale ascolta e si sintonizza e si coinvolge con questa narrativa come segnale di una interruzione storica della continuità relazionale e quindi come una interruzione della percezione di esistere nella relazione.

L'intervento si orienta a:

  • rallentare il ritmo,
  • esplorare l'esperienza corporea nel qui-e-ora,
  • offrire una risposta contingente e regolante,
  • permettere al cliente di sentire l'impatto della propria presenza.

La trasformazione non avviene per insight, ma per esperienza vissuta.

Conclusione

La percezione di esistere nella relazione non rappresenta una proprietà stabile del Sé, ma un processo emergente che prende forma nel corpo e attraverso il corpo, nella relazione con l'altro.

L'insieme delle prospettive teoriche considerate — dalle neuroscienze affettive di Antonio Damasio, alla psicologia dello sviluppo di Daniel N. Stern, alla psicoanalisi relazionale di Donald W. Winnicott e Heinz Kohut, fino agli sviluppi contemporanei di Allan N. Schore e Daniel Hill, alla prospettiva ecologica di Thomas Fuchs, alla psicofisiologia bio-esistenziale di Vezio Ruggieri e alla Psicoterapia Relazionale Integrativa focalizzata allo sviluppo di Richard G. Erskine — converge verso una visione unitaria: l'identità e il senso di esistere emergono da processi neurobiologici, affettivi e intersoggettivi intrecciati.

In questa cornice, l'esperienza di esistere non può essere ricondotta a una dimensione puramente intrapsichica o mentale, ma deve essere compresa come un fenomeno situato, incarnato e co-costruito nella relazione. Il Sé, in tal senso, non precede l'incontro, ma si organizza e si trasforma attraverso di esso.

In definitiva, la percezione di esistere non è un dato originario dell'esperienza umana, ma un processo vivo e continuamente generato nell'incontro con l'altro, in cui corpo, affetto e relazione costituiscono le matrici fondamentali della soggettività.

Punto essenziale di questo processo è la presenza terapeutica, intesa come disponibilità incarnata del terapeuta a essere in relazione in modo autentico, sintonizzato e regolante. La presenza diventa il mezzo attraverso cui la relazione terapeutica acquisisce una qualità trasformativa: il terapeuta non si limita a comprendere il paziente, ma si offre come regolatore neurobiologico (Schore, 1994), capace di sostenere l'emergere di nuove esperienze di continuità del Sé.

Riferimenti bibliografici

Damasio, A. (2010). Self comes to mind: Constructing the conscious brain. New York: Pantheon. (Trad. it. Il sé viene alla mente: La costruzione del cervello cosciente. Milano: Adelphi, 2022).

Erskine, R. G. (2015). Relational patterns, therapeutic presence. London: Karnac.

Erskine, R. G., Moursund, J. P., & Trautmann, R. L. (1999). Beyond empathy: A therapy of contact in relationship. Brunner/Mazel. (Trad. it.: Oltre l'empatia: una terapia del contatto nella relazione. Franco Angeli, 2005).

Erskine, R. G. (2010). Life scripts: Unconscious relational patterns and psychotherapeutic involvement. In R. G. Erskine (Ed.), Life scripts: A transactional analysis of unconscious relational patterns (pp. 1–28). Karnac Books.

Erskine, R. G., Knapp M. The scripts system: an unconscious organization of experience. International Journal of Integrative Psychotherapy, vol 1, N° 2, 2010

Ruggieri, V. (2004). Psicologia e psicoterapia del corpo. Edizioni Magi.

Ruggieri, V. (2018). Corpo, gesto, relazione. Alpes.

Schore, A. N. (2003). Affect regulation and the repair of the self , Norton (Tra.It.; La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé2008, Milano: Raffaello Cortina Editore)

Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. London: Hogarth Press. (Trad. it. Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando).


Maria Luisa De Blasio: sono psicologa, psicoterapeuta, psicomotricista, Supervisore e Trainer in psicoterapia relazionale integrativa. Dirigo il Centro di Formazione e Cura della relazione di generazione in generazione.

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