Una Natura Relazionale: considerazioni personali sulla matrice relazionale umana

Una Natura Relazionale: considerazioni personali sulla matrice relazionale umana

Ogni giorno ascolto il disagio delle persone che chiedono aiuto per ricevere supporto e terapia al fine di stare meglio o per liberarsi da alcuni schemi ripetitivi che rendono la loro vita dolorosa.

Mi trovo spesso a pensare alla dicotomia in cui i miei pazienti si trovano: il mio lavoro con loro va nella direzione della validazione e del sostegno alla relazione, matrice primaria della vita, fuori dalla stanza della terapia la logica sembra un'altra. 

La vita che molti uomini e donne vivono ai nostri giorni è sottoposta a ritmi frenetici, a pressanti richieste di efficienza e di competitività, ad attese di elevate performance, tutte condizioni che, non di rado, mettono a dura prova l'equilibrio delle persone e le allontanano da loro stessi e dagli altri.

A peggiorare un quadro di per sé già inquietante, si è diffusa la convinzione che, per centrare gli obiettivi che la società impone e, così, realizzare se stessi, bisogna essere persone autonome, indipendenti, libere da qualunque legame che possa intralciare il glorioso cammino verso l'autorealizzazione. Se, da un lato, il significato che comunemente viene attribuito alle suddette qualità è deformato da finalità lontane dai veri bisogni umani, dall'altro, l'effetto principale di questa mentalità è quello di favorire l'isolamento, l'individualismo, l'insoddisfazione, l'angoscia esistenziale.  Questo si verifica quando viene svalutata e trascurata, a favore di ciò che è strettamente utile e remunerativo, una delle caratteristiche e delle esigenze fondamentali di ogni essere umano: il bisogno di relazione. Non è difficile, perciò, constatare come nella nostra società la cura delle relazioni non solo non rappresenti una priorità ma che addirittura venga ritenuta un intralcio al funzionamento dell'intero sistema. 

Io credo fortemente che la relazionalità è, in realtà, un aspetto fondamentale della natura umana. Essa costituisce un elemento portante della struttura antropologica e sociale e, perciò, non rientra, in linea di principio, nel dominio dell'opzionalità; non è possibile scegliere se essere o non essere relazionali: gli esseri umani sono geneticamente relazionali. E' certamente possibile rinunciare ad avere relazioni, o ad averne in misura limitata e selettiva, ma questo non è sufficiente per negare la forma relazionale del nostro essere, che rimane tale anche nel più solitario degli eremiti. Pertanto, svalutare la cura delle relazioni o relegarla ad un ruolo accessorio, significa compromettere la piena soddisfazione dei bisogni fondamentali di ciascuno e indebolire la coesione sociale.

Mi conforta riconoscere che questa tesi è condivisa da molti.

La concezione relazionale della natura umana (che in alcuni autori è chiamata anche sociale) è attestata, infatti, dall'antichità ai nostri giorni; da Aristotele a s. Agostino, dalla Scolastica al personalismo di Emmanuel Mounier, dall'essere dialogico di Martin Buber al pensiero di Romano Guardini, solo per fare alcuni esempi, il denominatore comune è dato dal rifiuto della concezione dell'uomo come un essere irrelato, isolato e autoreferenziale e dall'affermazione di una tendenza alla relazione/socialità che non è dovuta a carenze affettive, a calcoli interessati, o al fascino del potere ma è un bisogno originario, autentico e imprescindibile.

 Analogamente, ma forse con una forza ed un'evidenza ancora maggiore, il posto centrale della relazione nell'esperienza umana emerge dagli studi e dalle ricerche che in ambito psicologico si sono sviluppate soprattutto dalla metà del secolo scorso; nella psicologia umanistica, nella "scoperta" dell'intersoggettività, nella psicoanalisi relazionale, nella psicoterapia integrativa, fino alle più recenti acquisizioni delle neuroscienze, il punto nevralgico dello sviluppo umano, della crescita armoniosa o dei "fallimenti" di ciascuno, viene individuato nella relazione.

Voglio partire dall' all'esperienza comune, ossia a quei dati che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, passano spesso inosservati, senza ignorare, tuttavia, quanto l'argomento sia stato e sia tuttora presente nella riflessione filosofica e nella ricerca scientifica.

Il mio punto di partenza è una domanda: sulla base dell'esperienza comune ad ogni essere umano, dove è possibile vedere i "segni" della natura relazionale dell'uomo?

Siamo soliti pensarci come un "Io"; ognuno interpella se stesso come un "Io". Ed è vero. Ma all'origine della nostra esistenza in realtà c'è un "Noi", ossia una coppia (o meglio, una lunga serie di coppie!), due individui uniti in una relazione che diventa generativa. Ritroviamo il concetto anche nell'espressione linguistica: "dalla loro relazione è nato un bambino". Vale a dire che ciò che noi concepiamo come un "Io" proviene da un "Noi"; l'Io non si genera da sé ma necessita di altri per essere generato. Questo ci rende ontologicamente relazionali: esistiamo grazie ad altri, cresciamo grazie ad altri, prendiamo forma e identità grazie ad altri. La nostra natura non consiste nell'essere-in-sé, bensì nell'essere-con, nell'essere-per, nell'essere-da. La formazione, la crescita e la definizione di ogni essere umano si compie all'interno di una cornice relazionale che prende le mosse dagli scambi biochimici che si stabiliscono durante il concepimento e la gestazione per poi estendersi a tutti i livelli di interazione che si susseguono dopo la nascita. Il grembo materno, per l'embrione, non è un semplice contenitore, così come questo non è un "corpo estraneo" che sta colonizzando la donna; oggi sappiamo che tra l'uno e l'altra si sviluppa una complessa comunicazione interattiva che, stabilendo un modellamento reciproco, avvia la definizione del senso di Sé. Il profilo della nostra identità si forma nel contatto con l'altro, è un profilo co-costruito a tutti i livelli: fisico, psicologico, spirituale. In altri termini, non esiste un Io-in-sé, un Io isolato, un Io allo stato puro, ma l'Io è dato, fin dall'inizio, in relazione a un Tu. Rilevare che nelle primissime fasi dell'esistenza di ciascuno sono in atto dei processi interattivi (interazione trans-generazionale, interazione tra i genitori, interazione intrauterina), significa che non è data alcuna esistenza al di fuori della relazionalità/socialità. Constatare il mantenimento di questa interattività nei passaggi evolutivi dell'intera vita (dall'attaccamento alla socializzazione, ecc….) significa confermare la relazionalità come tratto strutturale dell'essere umano e non come elemento transitorio.

La relazionalità umana si esprime in forme e modalità che mutano a seconda del livello evolutivo e dell'esperienza di ciascuno, ma, in sintesi, essa si concretizza e si presenta sempre come relazione:

  1. Con se stessi
  2. Con gli altri
  3. Con la Vita

La relazione con se stessi è un dato che emerge con evidenza nell'esperienza di ciascuno. Gli esseri umani, capaci di autocoscienza e di riflessione, sono continuamente ingaggiati in un  dialogo interiore nel quale gli interlocutori del dialogo sono i medesimi. Se poniamo attenzione al nostro vissuto, se impariamo a rimanere in contatto con noi stessi, ci accorgiamo facilmente di essere ininterrottamente in dialogo (= dia-logos, due parole, Io-Tu), o, se preferite, in relazione con noi stessi. Pensieri, sentimenti, emozioni e sensazioni ci "parlano dentro" e noi ascoltiamo e rispondiamo.

Per relazione con gli altri intendiamo l'impatto che viviamo con tutto ciò che è non-Io; le altre persone, il cosmo, la creazione, gli animali, i vegetali, e via dicendo. E' praticamente impossibile sottrarsi ad una relazione di questo tipo. Il mondo, la realtà, gli altri ci sono sempre presenti, anche quando la loro presenza non è tangibile. Non si stabilisce forse un dialogo interiore anche in questi casi? E' pensabile situare una persona in un luogo privo di riferimenti e di tracce di questa alterità, dove non ci sia nulla di nulla al di fuori di sè? Non possiamo prescindere dall'"altro".

La relazione con la Vita, infine, ha a che fare con il senso dell'esistenza, con le dinamiche che producono gli eventi storici, con le forze che governano l'esistenza, con le grandi domande sul significato e sul fine della vita che appassionano da sempre il cuore umano. E' l'esperienza dell'uomo che, di fronte alla maestosità della natura e alla potenza della vita, avverte oscuramente la presenza di qualcosa o di qualcuno con cui sente il bisogno di entrare in contatto. E' il terreno da cui scaturiscono l'esperienza spirituale e la dimensione religiosa, ma anche la passione per la ricerca di senso, per l'avventura e per i grandi ideali. La relazione con la Vita è il contatto con quella fonte inesauribile e incontenibile che percepiamo dentro e fuori di noi, che percepiamo in ciascuno di noi, che ci abbraccia, ci contiene, ci nutre. 

Nell'approccio che utilizziamo a di generazione in generazione la relazione con se stessi e con la vita passa solo attraverso la relazione con altri disponibili e aperti al contatto, nel rispetto delle differenze e delle specificità di ciascuno.

Concludo sottolineando che l'esperienza comune, di cui, per brevità, abbiamo considerato solo alcuni aspetti, conferma l'idea che fin dal primo istante e lungo l'intero corso della vita, non smettiamo di essere in relazione con qualcuno o con qualcosa, consapevolmente o implicitamente, che il contatto e lo scambio fanno parte del vissuto e dei bisogni di ciascuno, che ci formiamo e che ci definiamo nell'interazione, e che questo avviene non a causa di qualche carenza o a motivo di qualche forzatura ambientale ma perché l'essere in relazione è la forma del nostro modo di essere e di esistere. La relazione, dunque, non solo non è un ostacolo all'autonomia, all'indipendenza, alla libertà ma è la condizione necessaria per realizzarle pienamente nella propria vita.


Maurizio De Giorgi

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